Durante l’Erasmus c’è una cosa che impari abbastanza in fretta: la felicità non è sempre qualcosa di grande.
Non è il viaggio perfetto, la festa incredibile o la foto da Instagram.
Spesso è molto più semplice. Più silenziosa. Più quotidiana.
Il 20 marzo si celebra la Giornata Internazionale della Felicità, istituita dalle Nazioni Unite per ricordarci che stare bene non è un lusso, ma una parte fondamentale della vita. E durante l’Erasmus questo lo senti ancora di più.
Perché, anche se è un’esperienza incredibile, è anche fatta di momenti strani: nostalgia, stanchezza, giornate no senza un motivo preciso.
Ed è proprio lì che entrano in gioco i piccoli rituali.
Quelli che non fanno rumore, ma ti tengono in equilibrio.
Il caffè lento della mattina. Non quello preso al volo prima di uscire, ma quello in cui ti siedi, guardi fuori e per qualche minuto non devi essere da nessuna parte. Rallentare, anche solo un attimo, ti riporta a te.
Perdersi, ma di proposito. Camminare senza meta tra le salite e i vicoli di Perugia. All’inizio sembra tempo perso. Poi capisci che è esattamente il contrario. Guardi davvero, noti dettagli, respiri.
La chiamata a casa. Non sempre ne hai voglia, ma quando la fai qualcosa si rimette al suo posto. Non tutto, ma abbastanza. Ti ricordi che hai radici, che c’è qualcuno che ti aspetta.
La cena condivisa. Cucine piccole, ricette improvvisate, lingue diverse. Nessuno sa bene cosa sta facendo, eppure funziona sempre. Perché alla fine non conta il piatto, ma il momento.
La tua comfort song. Quella che ascolti tornando a casa la sera. Quella che per qualche minuto ti riporta esattamente dove devi stare.
Durante l’Erasmus capisci una cosa semplice: la felicità non arriva tutta insieme.
Si costruisce. Poco alla volta.
Sta in abitudini minuscole, quasi invisibili.
Quelle che forse non racconterai mai… ma che ti porterai dentro per sempre.
E forse è proprio questo il senso del 20 marzo:
non cercare la felicità perfetta, ma riconoscere quella che c’è già.
di Alessio Alunni
